31 October, 2006


Forse questo non è uno dei più bei soggetti della campagna pubblicitaria Mastercard. E devo anche dire, per onestà, che un po' tutta la campagna stampa non è stata estremamente brillante. O quantomeno non al livello degli spot tv. Ma il payoff 'Ci sono cose che non si possono comprare. Per tutto il resto c'è Mastercard' è così efficace da essere entrato nel linguaggio comune in men che non si dica generando un ritorno d’immagine per Mastercard di inestimabile valore. Questo, oltretutto, è la indiscutibile dimostrazione che un payoff può essere davvero lungo quanto si vuole. Geox con il suo 'Respira' Mastercard con queste due frasi. Non esistono regole che siano valide per tutti. L'unico limite è la nostra fantasia. A cui spesso poniamo paletti e ostacoli che non hanno motivo d'essere.

30 October, 2006


AMD è il più agguerrito concorrente di Intel. Produce i cuori pulsanti di molti dei nostri computer. Legare la propria immagine ad un film d’animazione per bambini è pertanto una scelta curiosa nella migliore delle ipotesi. Infatti non vedo come questo possa giovare ad AMD nel creare quell’immagine ipertecnologica e futuristica cui Intel la costringe. E se anche si pensa che la gran parte della produzione è legata agli accordi commerciali stretti con i produttori di PC c’è ancora una esigua ma pur sempre viva minoranza di persone che si costruiscono il computer su misura scegliendo pezzo per pezzo i vari componenti. Non certo undicenni alle prime armi. Ed è per questo che RJ può non suscitare in loro grande presa e fascino quando si troveranno di fronte alla scelta tra una marca e l’altra.

29 October, 2006


Non mi piace molto il logo scelto da Pirelli per la propria linea di abbigliamento. Basarsi sul logo Pirelli è stata certamente una scelta azzeccata. Ma se c’è stata poi la necessità di scrivere sotto il nuovo logo ‘Pzero’ come se si trattasse di un payoff vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Tanto valeva allora creare un vero e proprio logo Pzero anziché appunto scrivere ‘Pzero’ sotto come se si cercasse di spiegare come leggerlo ed interpretarlo. Dulcis in fundo, non contenti di quanto già fatto, qualcuno ha pensato bene di mettere anche il logo Pirelli vero e proprio a fondo pagina. Non sia mai che ancora non si capisca di cosa si stia parlando.

28 October, 2006


Da un’agenzia di pubblicità ci si aspetterebbe sempre qualcosa di più di un rinoceronte capovolto. Ma non è solo la banalità dell’annuncio che disturba. E’ proprio la scorrettezza della formulazione pubblicitaria che lascia perplessi. Perché quando una campagna pubblicitaria ti costringe a leggere la bodycopy per farti capire ciò che ha da dirti vuol dire che sia la parte visual sia l’headline non sono serviti a nulla. Se anche non ci fossero sarebbe esattamente la stessa cosa. O, se vogliamo, se si togliesse la bodycopy l’annuncio risulterebbe incomprensibile. E questo è un errore (grossolano) tanto più riprovevole se a commetterlo è un’agenzia pubblicitaria che sta promuovendo il proprio brand. Brand che difficilmente trarrà giovamento da una campagna pubblicitaria così mal riuscita.

27 October, 2006


Insomma, Brigitta Bulgari sì e Rocco Siffredi no. Dov’è la logica in tutto questo? Non sono tutt’e due pornostar? E visto che lo sono non si capisce perché una possa pubblicizzare tranquillamente un prodotto e l’altro no. Due pesi e due misure? No. Sembra proprio che le donne pornostar non offendano nessuno visto che andavano in onda fino all’altro ieri in prime time su Canale 5. Moige, dove sei? Non è il caso di fare chiarezza e dire una volta per tutte quale deve essere il ruolo delle pornostar sui mezzi di comunicazione? Perché così facendo si rischia di far passare il messaggio che per le donne essere pornostar è normale e connaturato nella loro natura mentre per gli uomini non lo sia. Che, mi sembra, non molto educativo come messaggio.

26 October, 2006


Riecco Lotto. Dopo le travagliate vicende societarie degli ultimi anni Lotto cerca il rilancio sul mercato. E come fanno tutti gli sport brand è partita già da un po’ con le sponsorizzazioni. E se lì c’è poco da sbagliare (le classifiche aiutano parecchio) in pubblicità è tutta un’altra storia. Non avendo punti di riferimento (come tutti gli altri del resto) Lotto è andata sul sicuro. Preso il testimonial del momento ecco una bella foto corredata da headline di rito (ma a me l’italianità, in un Paese individualista e così poco nazionalista come il nostro, non scalda il cuore). Con questo posizionamento c’è poco da sbagliare. Ma c’è ancor meno da guadagnare. Finita la popolarità di Tony bisognerà comunque investire su qualcun altro. In un ciclo continuo di testimonial che se appunto non è di per sé un approccio del tutto sbagliato non lascia comunque spazio a più innovative e meno onerose idee di comunicazione.

25 October, 2006


C’è qualcosa che non torna nell’art direction della campagna pubblicitaria BMW. Non sono uno di quelli che ricercano la simmetria, la purezza stilistica, la ricercatezza estrema ed a volte eccessiva dei ghirigori decorativi. Ma qua sembra che qualcosa non abbia funzionato. I colori tra la pagina sinistra e quella destra cozzano in maniera eccessiva e creano un contrasto che non ha motivo d’essere. L’art direction di questa campagna pubblicitaria sembra quasi essere stata articolata male apposta pur di essere visibile e farsi notare a tutti i costi. Ma spero tanto che sia stato solo un errore di esecuzione. Perché i 15 secondi di fama che strappa sono appunto solo e soltanto 15 secondi. Per conquistare l’audience a cui ci si rivolge in maniera più profonda ci vuole ben altro.

24 October, 2006


Blaupunkt ha scelto curiosamente di pubblicizzare un’autoradio normale. Una di quelle che non ha niente di speciale. Né un navigatore satellitare, né uno schermo LCD da 7” a scomparsa, né un lettore mp3 (ma ce l’ha almeno il CD player?), né un hard disk su cui memorizzare migliaia di brani musicali, né un vivavoce bluetooth. L’unica accortezza tecnologica è una porta USB cui ci si può collegare per caricare una foto da mettere sul piccolo schermo dell’autoradio. Un po’ poco per essere al passo coi tempi ed avere un’immagine di marca moderna e all’avanguardia. Quando tutti i tuoi concorrenti mettono in bella vista gli ultimi ritrovati della tecnologia pubblicizzare a piena pagina il Memphis MP66 può non risultare una scelta strategicamente vincente.

23 October, 2006


Appropriarsi del concetto ‘Emissioni zero’ è stato sicuramente molto intelligente da parte di Toyota. Primo perché questo spinge sul settore dell’ibrido (su cui Toyota è stata la prima a puntare) che viene oggi venduto come la più grande rivoluzione tecnologica in ambito automobilistico ma che, nei fatti, non fa altro che ridurre mediamente del 15% i consumi di una macchina (ma se si riduceva del 15% la potenza dei motori si otteneva probabilmente lo stesso risultato e forse anche qualche morto in meno sulle strade). Secondo perché usare l’idrogeno come combustibile non risolve il problema dell’inquinamento ma lo sposta alla fonte. Perché se anche le autovetture un giorno andranno ad idrogeno bisognerà che questo idrogeno qualcuno lo produca. E le emissioni zero tanto decantate da questa pubblicità si avranno solo quando le grandi lobby del petrolio si decideranno ad investire miliardi e miliardi di euro in energie rinnovabili per la produzione di energia pulita. Cosa che non solo oggi non sta avvenendo ma che, semplicemente, con le autovetture non ha nulla a che vedere.

22 October, 2006


Non entusiasma l’utilizzo che si è fatto dell’Omino Michelin in questa campagna pubblicitaria. Se consideriamo che l’Omino Michelin rappresenta l’azienda (è più specificamente i pneumatici che essa produce) avrei preferito vedere qualcos’altro che non il solito pneumatico accanto ad esso in bella posa. Non solo perché così facendo si perde l’occasione di far fare qualcosa di speciale all’Omino Michelin (che non sia appunto solo il correre accanto ad un pneumatico per strada). Ma rendendo difficile e meno immediata anche quell’identificazione nel brand che l’Omino Michelin genera e creando possibili malintesi su cosa esso sia e rappresenti. Perché l’Omino Michelin non è una mascotte come tutte le altre. E’ fatto di pneumatici. E più che altre mascotte andrebbe utilizzato senza creare situazioni ridondanti che inficiano l’efficacia della campagna stessa.

21 October, 2006


‘1/1 000 000 di HP al vostro polso’ è sicuramente una headline che strappa un mezzo sorriso. Ma, a parte questo, è senza alcun dubbio una headline fine a se stessa. Non è quindi stata creata all’interno di un format ben preciso e cioè quello di una campagna pubblicitaria multisoggetto che possa esprimere, nei diversi soggetti, un concetto da portare facilmente avanti nel tempo. A riprova di questo non esiste un payoff che dica esattamente come IWC si pone nell’ambito degli orologi rispetto ai concorrenti se non un generico ‘since 1868’ (che già di per sé non è certo originale) e che poco ha a che vedere con 1/1 000 000 di HP ai polsi. Creare campagne pubblicitarie coerenti con la propria filosofia di brand è essenziale per posizionarsi sul mercato in maniera corretta e lungimirante. Headline interessante quindi ma che, buttata lì così, non porta grandi benefici al brand. Beh, almeno IWC sembra provare a fare qualcosa di diverso dalle solite frasettine insignificanti che si vedono in giro. Ma la strada giusta per una vera brand strategy è un’altra.

20 October, 2006


Certo che a volte la sfrontatezza non ha proprio limiti. Ammettere esplicitamente che l’acqua sta diventando il business del futuro è già, di per sé, un’affermazione poco elegante e per niente dignitosa. Ma vantarsi di esserne consapevoli e sbandierare ai quattro venti che Banca Fideuram sarà in grado di approfittarne (e, con lungimiranza, si pone come obiettivo quello di cogliere tutte le opportunità che questo nascente business genererà) mi sembra addirittura riprovevole. Non dico che le banche debbano essere degli enti di beneficenza. Ma non mi sembra davvero il caso di andare in giro a vantarsi di possedere un preciso know how nel quanto mai florido business dell’acqua potabile che sta creando molti problemi alle persone meno abbienti (e non solo a quelle del terzo mondo) e che in alcuni Paesi è già causa di enormi disuguaglianze e profonde ingiustizie (e, se vogliamo dirla tutta, anche causa indiretta di morte per le malattie derivanti dal mancato utilizzo di un’acqua linda, pulita e costosa).

19 October, 2006


Le campagne pubblicitarie nel mondo del fashion possono sembrare a prima vista tutte uguali. Un primo piano (o figura intera) di un/a modello/a o di un gruppo di modelli/e. Eppure non tutte riescono allo stesso modo. Se non si genera quella speciale alchimia tra il fotografo, l’hair stylist, il truccatore e, più in generale, tutte le persone presenti sul set il risultato sarà il più delle volte poco avvincente. Non è il caso di Versace. Ma ne vedo tante di foto non particolarmente riuscite che vengono comunque pubblicate. C’è da chiedersi se per non essere costretti a rifare tutto convenga davvero pubblicare foto poco brillanti. O piuttosto non sia più corretto fare un passo indietro e investire altri soldi che, se meglio spesi, genereranno un ritorno maggiore di quanto una foto poco riuscita possa mai fare. Soprattutto se si tiene conto che i costi di produzione sono notevolmente inferiori a quelli media.

18 October, 2006


Questa campagna stampa di Melluso sembra (neanche tanto velatamente) ricalcare l’idea vincente di Geox di avere piedi areati. Se lì la scarpa respira qua c’è il ricambio d’aria. E’ solo una variante sul tema. Un modo diverso di dire la stessa cosa. Strategicamente copiare il posizionamento di un concorrente non è mai una buona idea. Facile da attuare, certo, ma non ti permette di distinguerti e di crearti quell’immagine unica e peculiare che ogni marca dovrebbe avere. Ma mi rendo anche conto che creare una strategia vincente non sia affatto facile. E certamente copiarne una (di successo) è molto più semplice ed economico che buttarsi nella mischia senza avere la più pallida idea di che cosa dire.

17 October, 2006


Se Nike non naviga nell’oro Puma è con l’acqua alla gola. Dopo essersi lasciata sfuggire l’opportunità di sfruttare appieno l’immagine di Serena Williams (sotto contratto quando, imbattibile e ingiocabile, vinceva tutto a man bassa) oggi Puma non sa dove sbattere la testa. Sebbene il brand abbia comunque beneficiato di alcune sponsorizzazioni azzeccate l’advertising non è mai stato al passo coi tempi. Questa campagna, in particolar modo, mostra come il posizionamento sia incerto e poco definito. E non è certo con un generico ‘I’m going Puma’ e la foto di spruzzi e acqua da tutte le parti che si crea un’immagine di marca memorabile ed accattivante. Se le sponsorizzazioni giocano un ruolo importante nel costruire uno sport brand non meno lo sono l’advertising e tutte le altre leve di marketing. E’ pertanto poco avvincente vedere lo scarto esistente tra l’efficacia di una rispetto all’altra. Da uno dei grandi brand mondiali ci si aspetta sempre un’immagine di marca coerente e funzionale. Non certo che da un lato sponsorizzi campioni nelle varie discipline sportive e dall’altro tiri un secchio d’acqua ad uno sconosciuto seduto su una BMW.

16 October, 2006


Nike. Che dire della Nike? Intanto che è tornata a scrivere il proprio nome sopra lo swoosh (ma sulla loro pagina web non v’è traccia di questo a riprova di quanto siano nella confusione più totale). Poi, che ormai si è ridotta ad uscire con 3 pagine pubblicitarie una di seguito all’altra come se questo fosse il nonplusultra della pianificazione media (evidentemente ammettendo implicitamente la pochezza della campagna stessa e cercando, un po’ goffamente, di risollevarne le sorti). Queste foto sfuocate sono la prova provata che i tempi d’oro della Nike sono davvero finiti. Che l’epoca straordinaria del ‘Just do it’ è ormai definitivamente tramontata e si è alla disperata ricerca di qualcosa che la possa sostituire. Ma ‘Always on the run’ a me non sembra neanche lontanamente altrettanto efficace. E’ un payoffino che potrebbe avere chiunque e mi chiedo se a questo punto non abbia più senso resuscitare il vecchio e mai dimenticato payoff e riproporlo in chiave moderna. Con uno spirito diverso, un po’ autocelebrativo e autoironico se vogliamo. Le possibilità ci sono. E se anche non si vuol guardare al passato non bisogna essere dei geni per capire che le alternative a questo inglorioso presente ci sono e non è poi neanche così difficile trovarle.

15 October, 2006


Ma com’è che la pubblicità del fumo in Italia è proibita e quella della armi no? E a proposito, quando la Marlboro Classics pubblicizza i propri prodotti sta davvero facendo pubblicità a dei vestiti?

14 October, 2006


In fin dei conti una delle poche qualità che apprezziamo nei tedeschi è la loro rigidezza mentale, il loro perseverare, la precisione con cui guardano al mondo e a quello lavorativo in modo particolare. Mi riesce difficile capire quindi come alla Miele possano pensare che sminuire uno dei pochi pregi teutonici (a noi conosciuti) possa portare loro dei benefici. Non è certo mettendo in cattiva luce i plus di prodotto che si ottengono buoni risultati. E se anche questa voleva essere una frase spiritosa che magari nelle intenzioni originali voleva strappare un sorrisetto, una risatina non è certo bene farlo con i veri plus di prodotto. Semmai, una campagna pubblicitaria impostata con un negative approach deve focalizzarsi su falsi e presunti difetti del brand enfatizzandoli in maniera esagerata e spropositata. Mai e poi mai dovrebbe in alcun modo vertere su uno dei plus di prodotto. Anche perché, come in questo caso, si rischia che non ce ne siano altri a disposizione.

13 October, 2006


Ma alla Galbani non hanno nemmeno i soldi per pagare un fotografo? Capisco che non ne valga la pena vista la campagna pubblicitaria. Ma siccome si è decisi di mandarla in stampa facciano un piccolo sforzo in più la prossimo volta. Oltretutto queste sono cose già viste e riviste. In Italia vengono ancora vendute al cliente come la trasgressione più totale in comunicazione. Ma sono solo layout disegnati. E da quando è nata la pubblicità che si disegnano le persone negli annunci pubblicitari. Siamo nel 2006. Uno si aspetta che certe logiche possano anche evolversi col tempo anziché restate immutate nei secoli dei secoli. E non dico sperimentare tecniche di realizzazione visual innovative come fanno in tutto il resto del mondo. Basterebbe applicare quelle poche già di nostra conoscenza in modo più appropriato.

12 October, 2006


L’headline della campagna della Lancia Ypsilon è molto, molto simile a quella di Radio RTL ‘Very Normal People’. Ora dico, c’è Stefano Gabbana, c’è la macchina, c’è il fuoco. C’era davvero bisogno di uscire con una headline praticamente uguale a quello di Radio RTL? Il vocabolario italiano contiene 200.000 parole. Per sfornare qualcosa di diverso basta sfogliarlo senza fermarsi alla prima pagina. Oltretutto la campagna di RTL è pienamente azzeccata. Simpatica, fresca e, nel suo piccolo, si lascia guardare e riguardare. Il gioco tra la parte copy e quella visual è perfettamente riuscito. Niente a che vedere quindi con la campagna Lancia che preferisce scopiazzare la prima headline che vede in giro senza però riuscire, come sempre fa chi sbircia nei fogli del compagno di banco, ad ottenere gli stessi risultati.

11 October, 2006


A parte il nome inusuale (ma non necessariamente appealing) mi sembra che questo vestito sia la solita variante sul tema. Cappottino con pelo sul collo. E se non mi sfugge qualcosa c’è da pensare che sia proprio uguale a tutti gli altri. Quindi non si capisce come alla Refrigiwear possano credere di ottenere uno sprazzo di successo basandosi su prodotti già visti e una comunicazione che possiamo definire senza timore di essere smentiti da catalogo (comunicazione che ormai sembra aver preso il sopravvento sull’intero panorama pubblicitario italiano). Se fosse davvero così semplice tutti sbancherebbero il banco. Purtroppo è vero invece che una mera esposizione plastica di un capo di vestiario non straordinariamente innovativo difficilmente diventerà la case history dell’anno.

10 October, 2006


Tag Heuer potrebbe non aver scelto il testimonial migliore per la propria comunicazione. Sì, è vero che Uma Thurman con i film di Tarantino (ma nei vari volumi di Bill Kill non risulta molto credibile come spadaccina) si è guadagnata quest’aurea da bad girl hollywoodiana. Non mi sembra però che sia la più cattiva e dura ragazzaccia in giro (what about Michelle Rodriguez?). Se l’headline recita ‘What are you made of?’ mi aspetto di vedere qualcuna che sia tosta come l’acciaio. Ed i ruoli interpretati dalla Thurman negli anni addietro lasciano in lei una certa patina di dolcezza e amorevolezza che poco si sposa con questo posizionamento. A volte ho la sensazione che non si abbia il coraggio di andare fino in fondo. Che un buon posizionamento, come in questo caso, venga sacrificato per fare spazio a scelte ineccepibili dal punto di vista formale ma non altrettanto redditizie in termini di risultati.

09 October, 2006


La campagna stampa di Pica non vincerà mai il Festival di Cannes. E neppure l’ADCI. Ma è una campagna tutto sommato dignitosa, con un posizionamento e un’art direction non indifferente. Anche la fotografia lascia un ricordo che non svanisce dall’oggi al domani. Forse la parte copy poteva essere un po’ più curata. Ma nel complesso risulta comunque una campagna pubblicitaria riuscita. E’, se vogliamo, un po’ scuola BBH. Ovvero, campagne pubblicitarie basate fondamentalmente sulla parte visual con immagini che colpiscono e che lasciano il segno. Ma, a differenza delle campagne pubblicitarie bbhesiane che troppo frequentemente sono solo fine a se stesse, questa un posizionamento creativo ce l’ha. Ed è un posizionamento che si lascia leggere e guardare. Più guardare che leggere. Ma la maggior parte delle campagne pubblicitarie oggi non riescono a fare neppure questo.

08 October, 2006


Ma davvero sperano di convincerci a comprare scarpe italiane con questa campagna pubblicitaria? Adducendo quali motivazioni? La campagna stampa non lo dice. Si trincera dietro un generico voler sapere da quale luogo proviene la merce che introduciamo in casa nostra (e da un innato senso di furbizia che pervade il nostro popolo ma anche qua ho qualche dubbio). Ma se ormai le zucchine vengono dal Marocco, il caffé dal Brasile, le macchine dal Giappone, i telefonini dalla Finlandia, i computer da Taiwan, la seta dall’India, il the dalla Cina e ogni altro bendidio viaggia mezzo mondo prima di entrare nella nostra vita non si capisce come mai le scarpe non possano provenire da un altro Paese. Non è certo con generici appelli all’italianità delle scarpe che si preserva il made in Italy. Che andrebbe valorizzato con argomentazioni ben più solide e convincenti (che pure esistono).

07 October, 2006


La campagna pubblicitaria di Get Fit onestamente mi lascia alquanto perplesso. La solita modellina per pubblicizzare un centro fitness? Siamo davvero un Paese totalmente dedito alla superficialità dove l’apparenza ha preso il sopravvento su tutto e su tutti? Dove anche una bella ragazza che non ha mai visto un bilanciere in vita sua può pubblicizzare un servizio di cui non ha presumibilmente mai usufruito? Ma non era il caso di concepire qualcosa di più realistico utilizzando magari chi davvero quei servizi li usa e consuma? E non mi riferisco certo al solito palestrato agli estrogeni che sembra scoppiare da un momento all’altro. Ci sono infinite possibilità oltre a questa appena menzionata. Bisogna solo avere la pazienza di cercarle ed avere poi il coraggio di presentarle ai clienti.

06 October, 2006


Mi chiedo perché le campagne pubblicitarie degli enti del turismo debbano essere tutte uguali. Io credo che ormai si generi automaticamente il pensiero che se si fa qualcosa di diverso questo non venga percepito come pubblicità degli enti del turismo (ma questo, a ben pensarci, è vero anche per le automobili e per molti altri settori merceologici). Nessuno osa ormai spezzare questa catena che rende indistinguibile un Paese dall’altro. Repubblica Dominicana, Thailandia, Madagascar, India. Chi saprebbe riconoscere gli uni dagli altri se si sfogliasse distrattamente le pagine della rivista che si ha per le mani? E così, paradossalmente, si finisce per far pubblicità alle cartoline da inviare agli amici piuttosto che ai luoghi che si vorrebbe far conoscere ed apprezzare per la loro unicità e le loro caratteristiche peculiari.

05 October, 2006


Costa Crociere, per risparmiare pochi soldi, pubblicizza il proprio annuncio in bianco e nero. Ma che grossolano errore. Le crociere, come tutti i viaggi, sono occasione di svago, di divertimento, di evasione. Devono farci sognare mete esotiche, incontri avvincenti, momenti squisitamente romantici. Sono come e più dei tour operator l’impersonalizzazione della fuga dalla realtà e dallo stantio quotidiano che ci soffoca e ci fa sembrare ogni giorno uguale all’altro. Questi toni grigi, quasi funebri, tolgono ogni impulso, ogni slancio di fantasia. In poche parole, non ci fanno sognare ad occhi aperti come ogni annuncio che pubblicizza una crociera dovrebbe imperiosamente fare.

04 October, 2006


Sembrava tutto molto ben fatto. La fotografia, l'art direction, l'headline (niente di spettacolare ma leggibile e, per quanto mi sforzi di ricordare, neppure scopiazzata da qualche parte). Poi ho notato l'asterisco. E ho cominciato a preoccuparmi. E difatti, letta la frasetta a fondo pagina, mi sono rassegnato. E' insomma, quella di Technogym, la classica campagna pubblicitaria idiot proof. Se non sei abbastanza intelligente da capirla non c'è problema. Te la spieghiamo noi. Con un bell'asterisco che ti dice tutto quello che c'è da sapere. E nel caso tu oltre che essere idiota non conosca neanche l'inglese la frasetta te la traduciamo noi e te la mettiamo facile facile in italiano. Giusto per non perdersi nessuno. Idioti e misconoscitori dell’inglese compresi.

03 October, 2006


L’uso spropositato che in Italia si fa dei testimonial può ingenerare l’idea in qualcuno che sia sufficiente mettere in primo piano la Canalis di turno per ottenere automaticamente successo. Ora, io auguro tutto il bene possibile a Segue…, ma credo anche che un marchio del genere non sia un buon viatico per la difficile ed impervia strada del successo. Il nome, intanto, non mi sembra abbia la possibilità di diventare una pietra miliare all’interno del mondo della moda. Il marchio stesso assomiglia più ad una scritta fatta al computer con il primo programma di editor che allo sviluppo di un’idea ben precisa o alla declinazione grafica di un’accurata ed approfondita ricerca di mercato. L’unica certezza qui è che vendere qualcosa a qualcuno non è mai facile. E una paginetta pubblicitaria è solo una piccola goccia nel mare di ciò che c’è da fare per farsi conoscere al grande pubblico. C’è solo da sperare quindi che tutto il resto del lavoro sia stato fatto con più cura e con più attenzione.

02 October, 2006


TNT, con un’art direction che in Italia non si vede molto e che utilizza chi vuole stupire ed essere innovativo a tutti i costi, pubblicizza il proprio brand ed i propri servigi dicendoci che consegna in tutto il mondo. Ma recapitare pacchi, pacchetti, lettere d’amore e quant’altro a qualsiasi latitudine e longitudine non è forse di pertinenza di tutte le ditte di spedizione? E’ davvero questa una specialità unica ed indistinguibile di TNT da essere messa così in evidenza e addirittura usata come posizionamento creativo sul mercato? O non è forse vero che anche se si usufruisce delle umili e bistrattate mani dei dipendenti delle Poste Italiane o di quelle dei fattorini di DHL, di Fedex, di Bartolini o di qualsiasi altra ditta di spedizione ci si aspetta che il nostro pacchetto incartato alla bell’e meglio finisca nelle mani della prozia uzbeka?

PS Ma gli gnu?

01 October, 2006


Aldilà della banalità dell’annuncio (che nella sua totale ingenuità risulta, quanto meno, facilmente comprensibile) non mi sembra che alla Viva Energia abbiano le idee molto chiare. Se vogliono attrarre le pmi italiane l’art direction dovrebbe essere un po’ meno raffazzonata. Il logo è l’incrocio tra una pastiglietta di un noto eccitante e il marchio di una merendina qualsiasi. La parte copy parla di un risparmio generico. Ma allora diciamolo chiaro e tondo quanto e come si risparmia. Qua siamo tutti pigri ed abitudinari. Ci vogliono sempre sforzi enormi per attuare il benché minimo cambiamento. L’unica nota positiva di questo annuncio è il numero verde. In un paese (l’Italia) dove tutti ti taglieggiano con numeri a pagamento Viva Energia ha avuto il buon senso di non farti pagare la prima telefonata (sperando sempre che anche quella, come spesso succede, prima o poi non rientri dalla finestra).