20 March, 2009

Errore n.5

Rispondere all'headhunter che hai di fronte “I'm not going to explain my campaigns. You can't get them”.

Per sopravvivere a Londra essere il più bravo art director al mondo non basta. Devi essere mentalmente forte. Farti scivolare addosso ogni critica. Devi avere una certa personalità, non farti mettere i piedi in testa da nessuno, essere sempre sicuro di te stesso e non mostrare mai alcuna debolezza. Sennò non duri una settimana. E questo lo sapevano tutti. A parte io naturalmente. E così all'inizio non ho ben capito perché molte persone fossero così dure con me. Gli insulti che mi rivolgevano quando mi mettevo seduto per terra con la valigetta aperta di fronte alle agenzie. Alcuni colloqui decisamente andati male. Come al solito ci ho messo un po' ad afferrare il concetto. E penso di essermene reso pienamente conto il giorno che ho incontrato Charlotte. Charlotte non era Liz Harold. Ma era un ottimo headhunter e gli headhunter qui ti ricevono sempre anche se non sei nessuno. Perché se oggi sei in mezzo alla strada magari tra 2 o 3 anni sei in una top agency e vali qualcosa. E' il loro modo di fare new business. Entro, mi presento e mi fanno accomodare. Dopo qualche minuto la segretaria mi indica una stanza. Apro la porta, mi siedo, giusto due domande di rito ma quel che vuol vedere Charlotte è il portfolio. Glielo porgo, inizia a sfogliare le campagne e subito appare scettica. Alla seconda inizia a dirmi “I can't get it”. Alla terza una smorfia. Alla quarta, di nuovo “I can't get it”. Alla sesta “I can't get it”. Alza gli occhi e mi chiede spiegazioni. All'ultima scuote visibilmente la testa e poi pronuncia per l'ennesima volta un “I can't get it”. Chiude il portfolio e si aspetta che io dica qualcosa. E così, non so da dove, mi escono le seguenti parole “I'm not going to explain my campaigns. You can't get them”. Charlotte è nera. Livida. Mi fissa per qualche secondo indecisa sul da farsi. Poi, con mia totale sorpresa, mi dice che farò strada e che posso andarmene. Prendo il portfolio, mi alzo, lo metto nella valigetta ed esco. Ma allora perché tutte quelle domande? E capisco che Charlotte voleva solo sapere di che pasta ero fatto. Mah, sì. Forse il test l'ho anche superato. Però, dopo averle detto quel che le ho detto, è chiaro che non mi è stato più possibile chiamarla.

05 March, 2009

Errore n.4

Presentarsi al colloquio con gli Executive Creative Directors della Leo Burnett da solo.

E dire che ormai lo sapevo che a Londra da solo non si va da nessuna parte. Ma mi ero stufato di andare ai colloqui con un finto copy laureato in finance che cercava lavoro alla City. L'ho anche cercato un copy. Non è che sono stato lì a correre tra un parco e l'altro e basta. Ma uno era un cretino che voleva fare il copy perché beveva birra e mangiava chips tutto il giorno e questo lo qualificava automaticamente come copy. Un altro era olandese e una coppia creativa italo-olandese era semplicemente improponibile. Poi quello giusto l'ho anche incontrato ma io lì per lì non me ne sono accorto. E quindi la prima domanda che mi hanno fatta è stata dov'è l'altro. Io ho risposto che non era potuto venire. Ma va da sé che ormai il colloquio era andato. E' stata quel che si potrebbe tranquillamente definire una pura formalità. Mah, già che ci sono vi dico anche che è successo. Pioveva, tanto per cambiare. Io mi ero messo l'impermeabile nero comprato ad un flea market per pochi pounds e al braccio avevo la mia valigetta d'argento. A colpo d'occhio più Jean Reno in Léon che non un art in cerca di lavoro a Londra. E infatti quando ho aperto la valigetta, da come mi hanno guardato, non erano mica tanto sicuri di quel che ci fosse dentro. Poi, visto il portfolio, hanno tirato un sospiro di sollievo, l'atmosfera si è fatta più rilassata e si sono messi a guardare le campagne. 2 su 7 è stato il commento. Come? 2 erano fenomenali le altre 5 solo ok. Torna quando ne hai 7 mi hanno detto. Senza però indicarmi quali fossero le 2 fenomenali. Facile, no?